Il rischio di erosione post incendio. Tecniche di contenimento

Qui per scaricare il pdf completo



Il rischio di erosione del suolo post-incendio. Alcune tecniche di contenimento.

Questa sintesi molto breve vuole essere un primo seme che ha l’intento di descrivere delle semplici tecniche atte ad accelerare la rigenerazione della nostra terra dopo un grande incendio. E’ un contributo di buone pratiche al grande movimento di azioni spontanee che sta nascendo sul territorio come un fuoco di intenti, un fuoco rigeneratore che va tenuto vivo e propagato nella comunità e nelle coscienze.

A seguito di un incendio boschivo si verificano le condizioni che favoriscono l’erosione del suolo e quindi la perdita di sostanza organica e del terreno fertile del bosco. Il fuoco non ha distrutto solo le piante ma anche la lettiera del bosco costituita da strati di foglie e di materiale vegetale del sottobosco e nel caso di un incendio di grande intensità è andato perduto anche lo strato sottostante di humus forestale.

Una delle funzioni ecologiche fondamentali degli alberi e del bosco è quella di garantire l’infiltrazione dell’acqua piovana nel sottosuolo. Questo processo – osservato in sezione verticale – è garantito dalla chioma alta che smorza l’impatto dell’acqua, dagli strati di sostanza organica che la trattengono gonfiandosi come una spugna e infiltrandola lentamente nel terreno, e dagli apparati radicali delle piante attraverso i quali l’acqua piovana percola negli strati profondi del sottosuolo andando a ricaricare il sistema acquiferosotterraneo che nutre le falde e che riemerge in superficie con le sorgenti.

La chiave del processo che trattiene l’acqua piovana, la fa circolare nel sistema e infine la infiltra nel sottosuolo, sta in quella parte del ciclo dell’acqua assicurato dall’interazione degli alberi con la terra e l’atmosfera e continuamente incrementato dal ciclo della sostanza organica (figura 1 – Suolo Alberi Acqua).



Un incendio boschivo di grandi proporzioni stravolge questo schema semplice e perfetto che garantisce il bilancio idrologico di grandi porzioni di territorio. La situazione che può facilmente verificarsi è che l’incendio di forte intensità alteri le proprietà del suolo rompendo i legami chimici che tengono insieme in forma stabile la sostanza organica con la parte minerale del suolo. Anche buona parte del microbioma (batteri e funghi) è andata distrutta e in generale tutte le strutture viventi che attraverso l’interazione di innumerevoli funzioni provvedevano a trattenere l’acqua e a infiltrarla nel suolo non ci sono più oppure, come nel caso della biomassa lasciata dall’incendio come residuo incombusto o ceneri di combustione, non sono più in grado di svolgere la loro funzione perché i legami chimici complessi che la legavano al suolo come sostanza organica sono stati demoliti dal fuoco.

A tutto questo si aggiunge un fenomeno per il quale a seguito di un incendio che riscalda a lungo gli strati superficialidel suolo si forma in superficie uno strato idrofobico che rende il terreno idrorepellente (1) (figura 2 – Dilavamento dopo l’incendio).



La drastica riduzione dell’infiltrazione rende ancora più difficile per le piante sopravvissute a livello dell’apparato radicale ottenere l’umidità necessaria per una vigorosa ripresa vegetativa. Inoltre a dispetto della devastazione operata dall’incendio,spesso dopo il passaggio del fuoco possiamo osservare una grande quantità di materiale vegetale costituito da materiale combusto e ceneri comunque ricche di nutrienti e sostanze utili per le piante (fosforo,calcio, potassioe magnesio),ma anche questa può essere dilavata prima che possa riformare dei legami che la vincolino al suolo come sostanza organica stabile. Come conseguenza si può innescare un processo per il quale l’acqua delle piogge autunnali attraverso il dilavamento e l’erosione prosegue la distruzione fatta dal fuoco, tanto più in condizioni di pendenza elevata e di evento meteorico estremo (le piogge spesso violente che si verificano negli ultimi anni).

Descriviamo di seguito alcune tecniche molto semplici che possono essere messe in atto con comuni strumenti manuali e che evitano o contengono il fenomeno dell’erosione del suolo anche a seguito di un incendio.

L’obiettivo che si vuole raggiungere è quello di rallentare il flusso dell’acqua, il così detto ruscellamento, creando sul suolo delle barriere con il materiale vegetale a disposizione. Nella pratica questo si può ottenere disponendo a terra piccoli o medi rami/tronchi trasversalmente alla direzione del pendio che è la direzione di scorrimento dell’acqua. Il materiale se necessario può essere ottenuto tagliando gli scheletri delle piante bruciate o comunque reperito al suolo. Il posizionamento viene fatto intuitivamenteosservando semplicemente il pendio e avendo cura dei due aspetti più importanti:

1. Il ramo/tronco è disposto in senso perpendicolare alla direzione del pendio

2. Per quanto possibile la massima parte della superficie del ramo/tronco deve stare a contatto con il terreno.

Questo schema di posizionamento rallenta lo scorrimento dell’acqua arrestandone il flusso e costringendola a muoversi a spirale. In questo modo si evita il dilavamento ripristinando l’infiltrazione. (figura 3 – Sistemazione intuitiva del materiale)



Il materiale può essere anche disposto direttamente lungo una curva di livello tracciata precedentemente, specie se il legname a disposizione è costituito da tronchi di diametro da 10 a 30 o più centimetri e di lunghezza da uno a qualche metro. (figura4 – Disposizione del materiale in curva di livello).



L’acqua scorre sempre perpendicolare alla curva di livello (2(è lo stesso concetto visto sopra con la sistemazione “a occhio” del materiale in senso perpendicolare rispetto alla linea del pendio). Il sedimento trasportato dal ruscellamento tenderà naturalmente a depositarsi in corrispondenza dei tronchi.

Se non abbiamo a disposizione legname, in particolare su appezzamenti di piccola dimensione possiamo usare balle di paglia disposte lungo la curva di livello, oppure dei fasci di frasche legate insieme molto strettamente (3) e posizionati come sopra, oppure ancora canne,pietre etc..Sempre su appezzamenti di piccola dimensione si può invece coprire il terreno lasciato nudo dall’incendio con paglia, fieno o altro materiale da pacciamatura (ad es. cippato di legno) che smorza l’impatto dell’acqua sul terreno consentendole di penetrare nel suolo.

Nel compiere gli interventi e le azioni che riteniamo necessari non dimentichiamo che il suolo fragile lasciato dall’incendio deve comunque essere calpestato il meno possibile per evitare il compattamento. Inoltre, evitare il pascolamento della zona boscata percorsa dal fuoco, almeno per i primi anni, darà il tempo ai ricacci delle gemme dormienti che rigettano dalla base del tronco o dalle radici, di crescere in altezza e lignificare.Anche il taglio delle piante bruciate deve essere fatto con attenzione. In particolare per gli olivi i lecci e in generale le piante della macchia alta prima di effettuare tagli importanti è opportuno valutare se la partedella pianta che sta sopra il suolo è irrimediabilmente compromessa e non più in grado di ricacciare daltronco o dalla chioma;se necessario anche con il parere di un espertobotanicoo agronomo.

Le azioni devono seguire l’osservazione attenta. Il primo periodo di 4/6 mesi dopo l’evento disastroso è quello in cui il nostro suolo è più vulnerabile ai fenomeni di erosione. Fino al nuovo inerbimento e alla reviviscenza del microbioma di batteri funghi e microfauna, quella che in presenza della copertura forestale è una pioggia abbondante, può avere l’effetto di un’alluvione sul suolo nudo e astrutturato.

Perciò questo suolo è la nostra risorsa più preziosa ed è tanto più importante imparare ad osservarlo e a prendersene cura. Non c’è limite alla capacità ed alla velocità di ripresa della vegetazione danneggiata dall’incendio. Non c’è limite alla nuova fioritura.

A Cura di SARPA (Associazione Permacultura in Sardegna).

Con la collaborazione di Andrea Donnoli.

Tavole illustrativedi Silvia Congiu.


Per qualsiasi informazione, chiarimento o confronto

direttivosarpa@permaculturasardegna.net

arianna.sesuru@hotmail.com

Includiamo in appendice l’estratto del documento pubblicato dalla Sezione Sarda della Società Italiana di Botanica a seguito dell’incendio in Montiferru.

Di seguito il riferimento ad alcune fonti online.

https://extension.colostate.edu/topic-areas/agriculture/soil-erosion-control-after-wildfire-6-308/
“Soil Erosion Control after Wildfire”; Colorado State University

https://www.mite.gov.it/sites/default/files/archivio/allegati/aib/incendi_e_complessita_ecosistemica.pdf
“Incendi e complessità ecosistemica. Dalla pianificazione forestale al recupero ambientale” Accademia italiana di Scienze Forestali e Società Italiana di Botanica.

https://www.mite.gov.it/sites/default/files/archivio/allegati/aib/aib_biodiversita_recupero_post_incendio_aree_forestali.pdf“Tutela della Biodiversità e Recupero Post-Incendio nelle Aree Forestali delle Regioni dell’obiettivo 1.Rapporto Generale“; Unione Europea-Ministero dell’ambiente e Tutela del Territorio-Università degli Studi della Tuscia; 2006

https://www.intechopen.com/chapters/37578
“Soil Erosion After Wildfires in Portugal: What Happens When Heavy Rainfall Events Occur?”; By L. Lourenço, A. N. Nunes, A. Bento-Gonçalves and A. Vieira; 2012

https://ucanr.edu/sites/fire/Recovery/Helpful_Presentations/

https://ucanr.edu/sites/fire/Recovery/Revegetation/Erosion/

https://www.usgs.gov/news/increases-wildfire-caused-erosion-could-impact-water-supply-and-quality-west-2

https://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/pubblicazionidipregio/3633_il_suolo_def.pdf
“Il Suolo la Radice della Vita”; APAT -Agenzia per le Protezione dell’Ambiente e per i Servizi Tecnici; Dipartimento Difesa del Suolo; 2008

https://greenreport.it/news/aree-p



Estratto dall’intervento della Sezione Sarda della Società Italiana di Botanica a seguito dell’incendio in Montiferru.

https://greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/dopo-gli-incendi-in-sardegna-che-fare/

“…..Non solo le nostre comunità umane sono resilienti, lo sono anche le comunità vegetali: una parte degli alberi e arbusti autoctoni del Montiferru è ancora vitale a livello di apparati radicali, e nelle prossime settimane reagirà al passaggio del fuoco producendo nuovi getti (polloni) che diventeranno i pionieri della ricolonizzazione da parte della vegetazione della montagna. Auspichiamo e suggeriamo quindi che l’impegno principale di denaro pubblico sia indirizzato per favorire questo naturale processo ecologico, mediante interventi che contemplino il taglio delle parti ormai non più vitali, operazioni di succisione e di tramarratura sulle ceppaie, interventi selvicolturali di cura del bosco e la messa a dimora di
postime autoctono ove lo stesso non sarà risultato resiliente. La Sardegna non ha solo bisogno di nuovi alberi, ma anche di oliveti, vigneti, campi coltivati e soprattutto di prevenzione e di corrette politiche di pianificazione del territorio e di gestione forestale, che andrebbero ripensate con una visione partecipativa e transdisciplinare. L’intervento dell’uomo può essere utile per favorire la rinascita del bosco e accelerare la conversione della macchia in foresta. Nei primi anni dopo l’incendio si svilupperanno, infatti, comunità vegetali di taglia bassa come i cisteti, che pian piano evolveranno in una macchia a erica e corbezzolo. Questa poi avrà la potenzialità di evolvere in lecceta, sughereta o bosco misto con querce caducifoglie. La conoscenza delle dinamiche naturali, già recepite sulla carta nel Piano Forestale Ambientale Regionale (PFAR), può aiutarci ad indirizzare le politiche di gestione e ripristino, che dovranno essere basate più su un approccio qualitativo che quantitativo. La Sardegna, infatti, come molte regioni italiane, ha visto negli ultimi decenni un incremento notevole delle superfici forestali, a scapito soprattutto dei pascoli montani, per cui non si ravvisa l’urgenza di aumentare la superficie forestale, quanto di migliorare la qualità dei boschi: abbiamo un patrimonio costituito soprattutto da boschi giovani (cedui) spesso non governati, con un notevole accumulo di biomassa. È necessario quindi ripensare in maniera transdisciplinare le politiche e gli strumenti normativi di pianificazione del territorio e agro-forestali regionali, inglobando temi quali il pastoralismo e la gestione dei sistemi agro-silvo-pastorali, la conservazione della biodiversità e dei servizi ecosistemici, la lotta ai cambiamenti climatici, la tutela del suolo, la partecipazione delle comunità locali e degli imprenditori agricoli e forestali”.“Numerosi studi dimostrano che una copertura forestale continua e omogenea, sebbene ideale nell’immaginario collettivo, non è invece funzionale alla prevenzione degli incendi, alla conservazione della biodiversità, alle produzioni agro-zootecniche e alla erogazione dei servizi ecosistemici che i boschi ci forniscono (gratuitamente). Ad esempio i sistemi forestali a mosaico, in cui aree di bosco naturale si alternano a boschi pascolati o soggetti ad utilizzazioni selvicolturali, pascoli arborati, garighe di piante officinali, radure, pascoli montani, aree coltivate, oliveti e vigneti, possibilmente tenendo conto dell’orografia, della viabilità, delle risorse idriche e del rischio di propagazione del fuoco, sono molto più efficaci nella difesa contro gli incendi, permettono di produrre più reddito (perché all’allevamento e alla silvicoltura tradizionali è possibile associare altre produzioni come frutti di bosco, funghi e tartufi, miele, piante officinali), sono più attrattivi a livello turistico, e più efficienti nel contrastare il dissesto idrogeologico (un aspetto da tenere in alta considerazione soprattutto nel prossimo autunno quando riprenderanno le piogge) o nello stoccaggio dell’anidride carbonica”.“Un’ultima considerazione deriva dal fatto che, a parte il Demanio Forestale di Sos Pabariles a Santulussurgiu e quello di Tresnuraghes, questo vasto incendio ha interessato soprattutto terreni privati. Bisogna evitare di calare dall’alto modelli confezionati in ambiti distanti dal territorio, ma sviluppare percorsi partecipati e partecipativi in cui i cittadini del Montiferru siano parte attiva anche nella fase progettuale, oltre che ovviamente in quella realizzativa. Il Montiferru è il classico esempio in cui i buoni risultati si otterranno solo con una sinergia tra pubblico e privato. Gli studi botanici offrono dati dettagliati sulla presenza di tante specie vegetali spontanee che sicuramente hanno subito danni a causa degli incendi e sopravvivono ancora con piccolepopolazioni in aree non interessate dal fuoco (come il tasso, l’agrifoglio, l’alloro, il ciliegio selvatico e l’acero minore). Trasferire queste informazioni agli Enti pubblici coinvolgendo i privati, potrebbe favorire la creazione di una rete di allevatori-agricoltori custodi della biodiversità (e della agro-biodiversità). Una parte delle risorse pubbliche potrebbe essere destinata per la costituzione di piccoli vivai aziendali nei quali le aziende locali raccolgano e moltiplichino le risorse botaniche locali ai fini della ricostituzione del patrimonio vegetale (arboreo, arbustivo ed erbaceo) dell’area, vigilando sul territorio e promuovendone la conoscenza e la valorizzazione, sia verso utenti esterni sia verso la popolazione locale (con particolare attenzione alle scuole)”.“L’auspicata saggezza della comunità Sarda sarà quella di saper cogliere ancora una volta la sfida di trasformare una criticità in una opportunità. Per far questo è necessario che ognuno faccia la sua parte, che gli Enti pubblici comunichino e collaborino tra loro in maniera coordinata e soprattutto che si prenda una direzione decisamente orientata alla condivisione delle conoscenze. I problemi complessi richiedono una capacità di analisi elevata, e questo significa che nessuno ha da solo la soluzione: le possibili soluzioni vanno valutate, individuate e messe in pratica insieme, nella consapevolezza che ciascuno ha sia da imparare sia da insegnare. I Botanici Sardi sono a disposizione delle comunità del Montiferru e di tutte le aree interessate da incendi, degli Enti pubblici locali e regionali per condividere le proprie conoscenze, confrontarle con quelle di altre aree scientifiche, collaborare alla costruzione di un percorso democratico di resilienza del sistema socioecologico del Montiferru che potrà certamente diventare, se avremo saggezza, un modello non solo per la Sardegna ma per l’intera area mediterranea”


Note:
1. I gas di combustione penetrano gli strati superficiali del terreno e a seguito del raffreddamento si condensano formando una sorta di “copertura cerea”.L’acqua non più trattenuta diventa acqua di scorrimento superficiale e l’erosione che deriva dal dilavamento del suolo organico può arrivare fino a rendere difficile l’instaurarsi delle comunità di alberi che caratterizzavano il paesaggio precedente all’incendio.Il risultato di questa regressioneè visibile ovunque in Sardegna. Declivi di roccia madre e macchia mediterranea nei quali stenta ad affermarsi nuovamente la macchia altain luoghi che anche fino a tempi recenti erano delle foreste(“Tutela della Biodiversità e Recupero Post-Incendio nelle Aree Forestali delle Regioni dell’obiettivo 1.Rapporto Generale“; Unione Europea-Ministero dell’ambiente e Tutela del Territorio-Università degli Studi della Tuscia; 2006; pag. 111 e ss.)

2. Una linea (su un campo naturalmente curvilinea) i cui punti sono tutti sullo stesso livello. Si può tracciare con strumenti molto semplici auto-costruiti. (Si fa prima a costruirla che a descriverla). https://www.youtube.com/watch?v=9gh7L7-E0Pc Prendo due pezzi di quadrello di legno uniti ad una delle due estremità che su un pavimento a livello formano un triangolo con due lati uguali e inserisco un altro quadrello orizzontale a formare una lettera A maiuscola. Sul quadrello orizzontale vado a fissare un livello da muratore. Al posto del livello da muratore posso usare un filo a piombo fissato in alto al vertice e che segna il livello dei due punti della A che toccano terra ogni volta che (il filo) passa per il centro del pezzo di legno orizzontale (precedentemente avrò segnato il punto di mezzo). In questo secondo caso se utilizzo il filo a piombo lo strumento può essere fatto con delle canne (ovviamente lo strumento sarà preventivamente testato su un pavimento a livello!). Muovo sul terreno questo strumento sempre in modo che il nuovo punto che vado a segnare sia sullo stesso livello del punto che precede…Oppure uso una livella ad acqua costruita con due bastoni graduati ai quali è fissata una pompa da muratore.

3. In spagnolo chiamati “biorollo” (in italiano suonerebbe bio-rotolo). Sono come grossi salsicciotti di frasche posizionati sulla curva di livello, perpendicolari alla direzione di scorrimento dell’acqua. https://www.youtube.com/watch?v=n1sSeaI6fdY


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.